giovedì 14 febbraio 2013

L'abbraccio di Venere - 001



Che le cose sarebbero andate storte lo si capiva anche dal treno su cui stavo, era stranamente in orario. Quasi in anticipo. Lo interpretavo come un presagio di sventura forse perché ero sempre stato in fissa con gli orari, immaginavo di morire investito da un auto che avrei potuto evitare se solo il treno avesse rispettato l’orario di arrivo.
Fui l’unico a scendere a quella fermata. Il vento freddo arrivò a ricordarmi che l’inverno ormai era alle porte anche nella pianura padana. Mi ripromisi di acquistare una sciarpa da lasciare da queste parti. La stazione aveva un vago odore di piscio, probabilmente qualcuno di notte la usava come cacatoio o come dormitorio. Non lo invidiavo, lo sferragliare del treno ogni mezz’ora ed il gelo che penetrava nelle ossa non erano cose da invidiare. In quel momento era vuota. Nessuno aspettava il treno, nessuno dormiva, nessuno era arrivato a prendermi per darmi un passaggio. Poco male.
Mi accesi una sigaretta, misi lo zaino a tracolla e decisi di avviarmi a casa di mio padre a piedi. Ricordavo che era a poco meno di venti minuti di distanza. Avevo torto marcio. Ce ne misi quarantacinque.

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